Falso Sé e psicopatlogia mediale

Marco Riva
Psichiatria Oggi,VIII-n.2,1995.

L’interesse suscitato dal concetto di falso sé è conseguente alla plasticità di questo modello, cioè alla sua adattabilità non solo alla psicopatologia ma anche alla normalità ed alla salute.

Premessa essenziale é la visione di D.Winnicott della malattia mentale, inserita a suo avviso, in un continuum con la salute: “non c’è clinicamente nessuna linea netta tra lo stato schizoide e la salute e neppure tra questa e la schizofrenia conclamata” (1). e addirittura, a proposito dell’autismo, Winnicott afferma: “è un termine clinico che descrive l’estremo meno comune di un fenomeno universale” (2).

Sono possibili due approcci al concetto di falso sé: il primo è quello classico ed è relativo ad una serie di emergenze psicopatologiche o condizioni cliniche più o meno tipizzabili.

Il secondo approccio, di tipo grandangolare, considera il falso sé come non caratteristico della patologia clinica o subclinica, ma tendente invece a permeare, sino a caratterizzare, la normalità sociale.

Winnicott, che sviluppa il tema del falso sé a partire dal concetto freudiano di dipendenza anaclitica (3), lo descrive considerando innanzitutto il rapporto della madre con il lattante. Stigmatizzando, individua la “madre sufficientemente buona” (4), che a suo avviso, è in grado di svolgere, metaforicamente e non, tre principali funzioni: 1) tenere in braccio il bambino, 2) manipolarlo, 3) presentare gli oggetti.

La funzione del tenere in braccio è strettamente connessa alla capacità della madre di identificarsi con il bambino e di percepirne i bisogni. E’ l’ empatia. Una madre inabile a questa funzione fondamentale produrrà angoscia di disintegrazione e sensazioni di irrealtà.

La manipolazione del bambino è una funzione che fa riferimento alla comunanza psico-somatica cui consegue la capacità di riconoscimento del reale come opposto al non reale.

La disfunzione determinerà alterazioni nella coordinazione e nell’esperienza del funzionamento del corpo.

La presentazione degli oggetti  permette al bambino di entrare nelle relazioni con gli oggetti e di realizzare quindi il proprio impulso creativo. Una cattiva presentazione comporterà alterazioni nella capacità di sentirsi reale e di mettersi in relazione con il mondo.

Questa madre sufficientemente buona è in grado di andare incontro all’onnipotenza del lattante e di darvi un senso ripetutamente o, in altri termini, è una madre che permette al lattante di creare legami simbolici, di percepire e di dare un significato alle proprie emozioni.

Il lattante è allora in grado di credere alla magia della realtà esterna, cioè all’illusione onnipotente di essere artefice della realtà.

Questi fenomeni creativi, che Winnicott chiama “fenomeni transizionali” (4), sono possibili solo in presenza di una madre in grado di “significare” il gesto spontaneo o protopensiero del neonato cioè di permettere al neonato di collegare la propria spontaneità al mondo esterno. La spontaneità acquisisce allora diritto di esistere e di conseguenza permette l’illusione della creazione del mondo e del controllo onnipotente su di esso.

In seguito questa illusione di onnipotenza sarà riconosciuta come tale e lascerà spazio alla possibilità di giocare e di immaginare. Si creerà il simbolo che è inizialmente sia la spontaneità del lattante sia l’oggetto esterno collegati tra loro.

La principale caratteristica individuata da Winnicott nella madre patogenetica di malattia mentale, o “non sufficientemente buona”, è specifica rispetto alla formazione del pensiero del lattante.

Questa madre non è in grado di adattarsi alle pulsioni ed ai gesti spontanei del figlio, potenziali anticipatori del pensiero, ma ripetutamente vi sostituisce il proprio gesto chiedendo al figlio di adeguarsi a questo, chiedendo in altri termini al figlio di accondiscendere.

L’acquiescenza del bambino è il primo stadio del falso sé e rappresenta il prodotto di una scissione del sé (5).

L’illusione della creazione del mondo non sarà permessa e non si formeranno  allora quei legami onnipotenti e creativi, i fenomeni transizionali, basi essenziali per la formazione del simbolo.

La possibilità di pensare, cioè la possibilità di dare un senso alle emozioni come l’amore e l’odio e di tollerare una conoscenza in divenire, cioè insatura, in costante tensione verso la verità e quindi disponibile all’intuizione, saranno impedite o ridotte e sostituite da “qualcosa di segno opposto” (6) alla formazione dei legami simbolici.

Questo “opposto” al pensiero, che può essere rappresentato dall’adeguamento al feticcio ed al rituale sociale, caratterizzerà allora il funzionamento di una mente bisognosa di riferimenti concreti, immobili e definitivi.

L’impedimento all’attività simbolica comporterà un sovraccarico di eccitamenti istintuali, i quali, in assenza di un “apparato per pensare”(6), potranno eclusivamente essere espulsi dalla mente in acting out vari o nel soma.

Attraverso l’accondiscendenza il bambino accumula allora un insieme di relazioni non immaginate ma già date ed al posto della creazione e dell’elaborazione vi sarà la ripetizione di schemi e l’automatismo tipico della macchina: “ l’esperienza emotiva non è disponibile per l’evoluzione di una nuova idea, nei fatti viene soffuso un significato già elaborato che spesso richiede una distorsione dei fatti perchè essi vi si adattino” (7). Si determina quello che Meltzer chiama un “autoinganno”(7) cioè il prodotto di operazioni difensive aventi lo scopo di padroneggiare la realtà.

Il bambino vivrà in modo falso, la compiacenza e l’imitazione caratterizzeranno  i suoi rapporti anche se attraverso l’introiezione di modelli dati la sua vita potrà sembrare normale. Crescendo “diventa proprio come la madre, la baby-sitter, la zia, il fratello o qualsiasi  persona che in quel momento avrà dominato la scena” (5).

La protesta rispetto a questa esistenza falsa cioè deprivata di spontaneità, può essere osservata secondo Winnicott sin dai primissimi stadi e si esprime con un’irrequietezza generale, in disturbi alimentari e di altre funzioni che possono anche scomparire per riapparire però in forma più grave in epoche successive. Questa irrequietezza è, o esprime, il residuo della spontaneità cioè del Vero sé.

Questo sé residuale, prodotto di una scissione, isolato dal mondo esterno e inabilitato alla creazione di relazioni e di simboli, dà mostra di sè attraverso prodotti protomentali che non hanno accesso all’elaborazione ed al pensiero, sono cose in sè, inadatte a pensare, ricordare e sognare, possono solo essere evacuate in acting out di vario tipo.

La capacità di creare  legami tra il mondo esterno ed il mondo interno sarà alterata a vari livelli e sostituita dalla scissione più o meno profonda tra il vero sé ed il falso sé.

La funzione del falso sé risulta così duplice ed è sia quella di adeguarsi alle richieste ambientali attraverso la condiscendenza sia quella di proteggere il vero sé.

Il sè potenziale non si sviluppa utilizzando la propria dotazione innata ma si conforma alle aspettative, alle pressioni ed alle intrusioni del mondo esterno. La necessità imperativa è quella di non perdere l’oggetto vitale, l’oggetto determinante il proprio senso, pena la perdita di contatto con la realtà: ” il riconoscimento della separazione, dei sentimenti di dipendenza dall’oggetto e della relativa angoscia debbono essere continuamente negati ” (8).

Winnicott propone una classificazione in cinque punti dell’organizzazione falso sé, basata sullo spessore o intensità di questa struttura di personalità. Gli estremi vanno dalla salute alla psicosi manifesta.

Nella organizzazione tipica vi è un falso sé che si costituisce come reale.

Il vero sé, essendo totalmente nascosto, non può avere alcun rapporto con la realtà pertanto:   “la vita dell’individuo sarà caratterizzata da sensazioni di irrealtà o di futilità, gli impegni culturali, soprattutto in senso creativo, saranno banditi e sostituiti da irrequietezza e dal bisogno di accumulare stimolazioni dalla realtà esterna per poter riempire il proprio tempo di vita reagendo a questi stimoli ” (5).

Al contempo Winnicott è molto esplicito nell’affermare la presenza dell’organizzazione falso sé nella normalità dove la compiacenza patologica viene ad essere sostituita dalla capacità del compromesso, cioè dall’adattabilità sociale e la difesa del vero sé si caratterizza dal ” non avere sempre il cuore in mano ” cioè dal non lasciare totale libertà alle emozioni ed ai gesti spontanei.

Alcuni autori (9,10) individuano nella descrizione di Winnicott del falso sé analogie e sovrapposizioni con la struttura di personalità di tipo borderline in particolare con le definizioni eziopatogeniche e cliniche che ne dà Kernberg (11).

Questo autore, che per primo dà specificità alla patologia borderline, considera questa struttura di personalità come caratterizzata, analogamente al falso sé, da una primaria scissione attiva dell’Io. Questa scissione, impedendo le fisiologiche integrazioni di introiezioni e identificazioni di qualità opposte, impedirebbe l’armonico sviluppo dell’Io con conseguente scarsa tolleranza all’angoscia, difficoltà nel controllo degli impulsi e nello sviluppo di adeguati canali sublimatori. Secondo Kernberg questo fallimento nello sviluppo dell’Io avverrebbe dopo la differenziazione tra il sé e l’oggetto ma prima dello sviluppo della costanza d’oggetto. Questo punto di vista genetico risulta sovrapponibile alla proposta di Bergeret (12), il quale, facendo riferimento alla ” Divided Line ” di Abraham (13), come alla frontiera tra psicosi e nevrosi, prende in considerazione un’organizzazione ” a statuto provvisorio ” caratterizzata da una relazione oggettuale di tipo anaclitico cioè: “soggetti dipendenti dall’interlocutore, alla costante ricerca di gratificazioni la cui mancanza comporta depressione” (12).

L’accento alle relazioni anaclitiche è ancora più accentuato nel concetto di Helene Deutsch del carattere ” come se ” (14) che è caratterizzato dall’imitazione come modalità essenziale di funzionamento. L’integrazione del sé è deficitaria e: ” questi pazienti prendono a prestito relazioni sociali standardizzate e ruoli stereotipati per sfuggire ad un opprimente sentimento di inadeguatezza, inutilità e vuoto esistenziale “.

Questo concetto, altamente specifico per H. Deutsch, viene invece generalizzato nel “conformismo della normalità” da Greenson (15), secondo il quale la grande diffusione del carattere ” come se “, a spese dell’individualità, sarebbe determinata dal fatto che ” la maggioranza dei genitori agisce come se essi fossero realmente dei genitori “, affermazione questa che richiama fortemente il concetto di madre stereotipata e non sufficientemente buona di Winnicott.

Nella clinica psichiatrica la struttura di personalità tipo falso sé può essere  rintracciata  nella classificazione del DSM III R (16) nel Disturbo di personalità borderline così come nel Disturbo schizotipico di personalità. La tipizzazione del concetto di falso sé in termini binari di inclusione-esclusione, comporta però il rischio di uno svuotamento concettuale il cui residuo “sintomatico” per quanto ipoteticamente esatto non permette alcuna maggior visibilità né alcuna migliore utilizzazione del concetto.

Con differenti gradi o intensità le espressioni del falso sé possono essere rintracciate, come già affermato, sia nelle psicosi manifeste che nella normalità. In altri termini è un concetto che tollera male le quantificazioni diagnostiche.

A mio avviso l’importanza fondamentale del concetto-intuizione di personalità falso sé, non è nella sua utilità strumentale nella individuazione di diagnosi psichiatriche, né al contempo nell’interesse, in sé notevole, eziopatogenetico e fenomenico di questo tipo di organizzazione personologica, quanto piuttosto nelle sue marcate potenzialità patogene sulla vita mentale.

La patogenicità del falso sé caratterizza l’approccio che ho precedentemente definito come grandangolare.

Secondo Winnicott l’elevato potenziale intellettuale di certi pazienti può diventare la sede del falso sé: ” in questo caso si forma una dissociazione tra attività intellettuale ed esistenza psicosomatica, cioè l’intelletto è usato per sfuggire all’esistenza psicosomatica ” (5).

La tipicità di questo quadro clinico sta, secondo Winnicott, nelle elevate potenzialità ingannatorie: ” quando tali individui si distruggono in un modo o nell’altro, invece di adempiere le promesse, si produce invariabilmente un senso di smarrimento in coloro che hanno riposto grandi speranze in loro ” (5).

Io credo che questa ipotesi, di tipo topografico, relativa alla localizzazione intellettuale del falso sé, non sia specifica degli individui con elevati potenziali intellettuali, ma implicita al concetto stesso di falsa personalità. Le capacità ingannatorie del falso sé saranno  direttamente proporzionali all’intelligenza del soggetto, cioè alla quantità di dati gestibili dall’individuo intenzionato, o necessitato, a compiacere l’ambiente circostante.

Le ” costruzioni estetiche ” effettuate dal falso sé saranno povere o ricchissime, comunque  proporzionali alle doti intellettuali dell’individuo.

Le costruzioni virtuali prodotte dai soggetti stimolati dalle esigenze di possesso ed al contempo mimetiche del falso sé, sono costituite da  informazioni relative ad una realtà costruita con parti vere e parti derivate dalla loro personalità, potranno essere costruzioni molto grezze e primitive, o all’opposto, accuratamente precise e pressoché indistinguibili dalla realtà-verità.

Le realtà apparenti, prodotte dal falso sé, sono da considerarsi a mio avviso dei potenti fattori patogeni sulla salute mentale.

Si è detto che il primo stadio del falso sè è rappresentato dall’adeguarsi del neonato al gesto della madre e dalla contemporanea rinuncia alla propria spontaneità. Si è anche detto che questo gesto della madre non è prodotto dall’empatia e dall’ascolto ma è un gesto preformato, non pensato (personalizzato), non nato nella relazione e in definitiva non vero ma artificiale quindi meccanico ed implicante  l’impedimento della crescita e della conoscenza: ” la verità è l’alimento per la crescita e per lo sviluppo della mente e le menzogne ne sono il veleno ” (17).

E’ allora, possibile sostenere che le realtà apparenti prodotte da una personalità caratterizzata dalla presenza di un falso sé sono a loro volta psicopatogene di falso sé.

La carica patogena sarà proporzionale sia alla somiglianza con la realtà vera, sia alla debolezza personologica del soggetto ricevente il messaggio falso, come ad esempio alla necessità del neonato di avere costantemente compagnia, od alla necessità dell’adulto di reperire più o meno incessantemente feticci tranquillizzatori ultrastrutturati.

In altri termini sono elevati i rischi di collusione, o addirittura di vera e propria compiacenza, con le esigenze e con i tipi di rapporti organizzati e pretesi da una falsa personalità.

Winnicott ad esempio afferma che l’importanza del riconoscere una personalità con falso sé sia anche relativa all’impostazione di un trattamento psicoanalitico, che può essere ad alto rischio di fallimento date le possibilità collusive tra l’analista e il perfetto ma irreale paziente.

Il falso sé produce falso sé.

Un’informazione falsa ma apparentemente vera, cioè una costruzione virtuale di realtà, tenderà a stimolare o ad ipertrofizzare il falso sè, fisiologicamente presente, del soggetto ricevente in quanto il messaggio virtuale sarà, se non sul piano formale certamente su quello dei contenuti, meno complesso del suo corrispettivo reale.

Questa informazione sarà, per sua intrinseca natura, già elaborata e pronta per l’uso.

Avrà inoltre un’altra fondamentale caratteristica e cioè, in quanto già data, sarà riproducibile con caratteristiche di esattezza ipoteticamente digitale, un’esattezza comunque superiore alle analogie possibili tra spontaneità affini e mai identiche.

Una parola, introdotta dagli americani, definisce l’idea della costruzione della realtà attraverso la sua rappresentazione, questa parola, che è framing, è traducibile come inquadramento, ma è da intendersi più precisamente come costruzione cognitiva e sociale.

Gli eventi e le esperienze che ci riguardano, cioè, sono inquadrati, definiti e costruiti all’interno dei sistemi di rappresentazioni, e dei modelli simbolici nei quali ci collochiamo:

“queste costruzioni i cui mattoni fondamentali sono appunto le informazioni, sono in grado di mutare l’esperienza dell’individuo nelle sue strutture costitutive” (18).

Il modo in cui noi sperimentiamo la realtà e noi stessi è modificato in senso percettivo, cognitivo ed emozionale dalla quantità di informazioni alle quali siamo esposti.

I nostri gesti spontanei, i nostri “fenomeni transizionali”, la nostra creazione per immagini della realtà è sostituita dal gesto preformato e ripetuto.

Mutano così le categorie costitutive dell’esperienza, “muta il modo in cui percepiamo e ci rappresentiamo lo spazio e il tempo e il modo in cui stabiliamo la relazione tra possibilità e realtà ” (19).

L’esperienza diviene allora sempre più dipendente da costruzioni artificiali: un prodotto di relazioni in cui la velocità determina il riempimento di ogni spazio vuoto cioè l’invasione del qualitativo da parte del quantitativo, l’invasione della sospensione del giudizio da parte delle certezze precostituite e moltiplicabili.

Il linguaggio pubblicitario televisivo è caratterizzato da successioni di immagini affastellate che si susseguono senza un ordine narrativo rintracciabile e finalizzate a fissarsi nella mente del pubblico cioè a cortocircuitare il pensiero critico ed ipotetico.

Non-storie iperdense di immagini pompate ad alto volume per pochi secondi e ripetute all’infinito, “quanti informazionali” che mutano la percezione del reale e soprattutto lo predeterminano.

La velocità di queste informazioni sottrae senso ai contenuti in quanto:” il viaggio è una situazione nella quale la velocità implica la perdita dei significati insiti nel cammino percorso ” (20).

Negli accelerati, anzi acceleratissimi, messaggi pubblicitari non vi è solo perdita del senso narrativo ma anche perdita del significato del racconto : ” vi è cioè perdita del senso argomentativo, nel senso di uno sviluppo del discorso che miri a convicere dimostrando qualche cosa ” (21).

Di fatto, tutti gli attuali Grandi Comunicatori, come ad esempio i politici devono progressivamente abbreviare i loro discorsi e ” farsi apprezzare per capacità diverse dall’argomentazione o dal ragionamento, devono essere capaci di sedurre, affascinare  e soprattutto catturare l’attenzione” (21).

La perdita del senso del discorso, della metafora possibile, degli spazi immaginativi e, per citare ancora Winnicott, dei fenomeni transizionali determinata da efficaci operazioni di marketing, è sostituita da eccitanti effetti “speciali”, formali e di superficie.

Fenomeni di addictions di immagini televisive, per quanto soft cioè meno clinicamente evidenziabili di altri abusi, caratterizzano fasce sempre più ampie di popolazione teledipendente e sempre più bisognosa di alti dosaggi di immagini ” forti ” o di dosi continue di “flusso” televisivo.

L’individuo in cui esiste un falso sé altamente strutturato ” incapace di usare simboli, irrequieto, bisognoso di ricercare aspetti urtanti nella realtà in modo da poter riempire il proprio tempo di vita reagendo ad essi ” (5), somiglia o forse è l’uomo post-moderno descritto da Virilio che: ” cronicamente eccitato dalle immagini veloci esige un sovrappiù di eccitazione ” (22) e somiglia o forse è l’uomo moderno di Nietzsche: ” la cosa che più importa all’uomo moderno non è più il piacere o il dispiacere ma l’essere eccitato “(23).

La cronica ricerca dell’eccezionale è un dato di fatto televisivo anche determinato dalla concorrenza tra reti televisive che abbassa la qualità dei programmi per aumentarne l’intensità.

” La televisione è una ladra di tempo e una serva infedele ” (24), i bambini americani di età compresa tra i tre e gli undici anni passano il 35 % della loro giornata davanti ad un televisore o davanti ad un videogioco. Vengono considerati in vari studi (25,26) gli effetti collaterali di questa dipendenza e suddivisi in indiretti come la riduzione del gioco, della lettura,  della socializzazione  e la tendenza all’obesità, ed effetti collaterali diretti, che sono quelli relativi ai comportamenti  imitativi  dei programmi con particolare riferimento alla violenza.

I personaggi congelati in ruoli stereotipati, le risate registrate, gli aumenti o le riduzioni di volume dell’audio finalizzate ad attirare o a spostare l’attenzione, sino alla vera e propria costruzione artificiale di ” storie vere ” cariche di contenuti emotivi, sono solo gli esempi più evidenti di progettuali stimolazioni di acquiescenza.

Non è però nella specificità di eventi esplicitamente patologici effettuati da individui considerati affetti da una qualche macropatologia mentale, come ad esempio nella clamorosità di omicidi o suicidi effettuati per imitazione di personaggi televisivi, che si estrinseca la reale patogenicità delle immagini televisive. Al contempo non è nei manierismi di fidanzati che sembrano fidanzati, di medici che sembrano medici o nelle facce di bambini che ” sono fotografate solo quando sono realmente facce di bambini ” (27) che deve essere individuata la psicopatologia mediale.

Tutto ciò appartiene ai fenomeni, alle produzioni forse davvero deliranti, della normalità e delle “eccesive identità” (28) solo capaci di accedere ai concetti ma inadatte all’intuizione.

Il problema sotteso a questi fenomeni ” normali ” è a mio avviso strettamente connesso con la perdita-riduzione della capacità di simbolizzare e/o di accedere all’immaginazione, che se non è provocata è certamente stimolata dai ” virus mediali ” (29) televisivi parenti strettissimi della madre non sufficientemente buona.

Calvino ha incluso la ” visibilità ” nei valori da salvare per il prossimo millennio: ” per avvertire del pericolo che stiamo correndo di perdere una facoltà umana fondamentale: il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, il potere cioè di pensare ” (30).

 

Bibliografia

1) Winnicott, D.W.: “Gioco e realtà”. Armando ed., Roma, 1983.

2) Davis, M., Wallbridge, D.C.: “Introduzione all’opera di D.W.Winnicott”. Martinelli ed.,Firenze,1984.

3) Freud, S.,(1914): “Introduzione al narcisismo”. Opere Vol. 7 Boringhieri,Torino, 1980.

4) Winnicott, D.W.: “La famiglia e lo sviluppo dell’individuo”. Armando ed., Roma,1982.

5) Winnicott, D.W.: “Sviluppo affettivo e ambiente”. Armando ed., Roma, 1970.

6) Bion, W.R.: “Apprendere dall’esperienza”. Armando ed., Roma, 1972.

7) Meltzer, D.: “Studi di metapsicologia allargata”. R. Cortina ed., Milano,1987.

8) Klein M.(1949),: ”Note su alcuni meccanismi schizoidi”.In: “ Scritti 1921-1958”. Boringhieri, Torino,1978.

9) Shapiro, E.R.: ”The psychodinamics and developmental psychology of borderline patients: a review of the literature”. Am: J. Psichiatry 135,11:1305-1315.1978.

10) Spitzer et al.: “Crossing the border into borderline personality and borderline schizophrenia”. Arch.Gen.Psichiatry. 36:17-24,1979.

11) Kernberg, O.F.(1975): “Sindromi marginali e narcisismo patologico”. Boringhieri, Torino, 1978.

12) Bergeret, J. (1974): “La personalità normale e patologica”. R. Cortina ed.,Milano, 1984.

13) Abraham, K. (1925): “Studi psicoanalitici sulla formazione del carattere”. In: “Opere”, vol.1, Boringhieri, Torino, 1975.

14) Deutsch, H.(1930): “Psicoanalisi delle nevrosi”. Newton Compton, Roma, 1978.

15) Greenson, R.R.(1960): “L’empatia e le sue vicissitudini”. In: “ Esplorazioni in psicoanalisi”. Boringhieri, Torino, 1984.

16) American Psichiatric Association (APA): “ Diagnostic and statistic manual of mental disorders”. Third ed. “R”. APA Ed. Washington,1987.

17) Bion, W. R.: “Attenzione e interpretazione”. Armando ed.,Roma, 1973.

18) Dorfles, G.: “Artificio e natura”. G. Einaudi ed., Torino,1968.

19) Melucci, A.: “Tempi del rumore, tempi del silenzio”. In: “Velocità, tempo sociale tempo umano”. Ed. Guerini e ass., Milano, 1988.

20) Virilio, P.: “L’orizzonte negativo”. Costa e Nolan, Genova, 1986.

21) Sassoon, J.: “Velocità e senso nella comunicazione pubblicitaria”. In: “Velocità, tempo sociale tempo umano”. Ed. Guerini e ass.,Milano, 1988.

22) Virilio, P.: “Lo schermo e l’oblio”. Anabasi ed.,Milano,1994.

23) Nietzsche, F.(1888): “Ecce homo”.In: “Opere”,vol. VI tomo 3, Adelphi,Milano,1982.

24) Condry, J.: “Ladra di tempo, serva infedele”. Reset, 9,1994.Donzelli ed. Roma.

25) Kessler, R.C.,et al.: “Clustering of teenage suicides after television news stories about suicides: a reconsideration”. Am. J. Psichiatry 145:11,nov. 1988.

26) Berman, A.: “Fictional depiction of suicide in television films and imitation effects”. Am. J. Psichiatry 145:8,august 1988.

27) Handke, P.: “L’ora del vero sentire”. Feltrinelli ed.,Milano, 1980.

28) Romano, A.: “Una falsa identità”. La pratica analitica n.9 maggio 1994.Moretti ed.

29) Rushkoff, D.: “Media virus”. Ballantine books, 1994.

 

30) Calvino, I.: “Lezioni americane, sei proposte per il prossimo millennio”. Mondadori ed.,Milano, 1993.